L’Albarossa è un vitigno creato dal Prof. Giovanni Dalmasso nel 1938 a Conegliano Veneto (Tv) ottenuto dall’incrocio intraspecifico tra Nebbiolo di Dronero (Chatus) e Barbera.


In viticoltura, l’incrocio intraspecifico è la fecondazione di due varietà diverse appartenenti alla stessa specie, ovvero la Vitis vinifera.
Il nome
Fu il Prof. Roberto Paglietta ad attribuire i nomi della varietà. L’Albarossa, fa chiamata così in onore della città in cui sia lui sia il collega prof. Dalmasso si diplomarono Enotecnici presso l’Istituto Uberto I.

Cenni storici
I primi studi – Fine XIX^ e inizio del XX secolo
Tra la fine del XIX^ secolo e l’inizio del XX molti studiosi di ampelografia iniziarono ad occuparsi di selezioni massali ottenute attraverso l’incrocio intraspecifico.
Fillossera
Uno dei primi motivi che spinsero già nel secolo precedente a approfondire questo ramo della viticoltura fu senza dubbio la piaga della fillossera.
La fillossera è stata il motore scatenante che ha rivoluzionato la ricerca genetica in viticoltura, portando anche alla nascita degli incroci moderni.
La soluzione definitiva alla fillossera non fu l’incrocio intraspecifico, ma l’innesto su radici americane. Tuttavia, nel tentativo di trovare una soluzione, la ricerca si divise in due grandi filoni:
Gli Ibridatori (Ibridi Produttori Diretti)
La Scuola Italiana (Incroci Intraspecifici)
La Scuola Italiana (Incroci Intraspecifici)
Una volta stabilizzata la crisi grazie all’innesto, figure come Luigi Manzoni e Giovanni Dalmasso iniziarono a lavorare sugli “incroci intraspecifici” (solo tra varietà europee).
1938 – Prof. Giovanni Dalmasso
Il Prof. Giovanni Dalmasso direttore della stazione sperimentale di Viticoltura e di Enologia di Conegliano Veneto conobbe e collaborò con il Prof. Manzoni, noto ai più per i suoi incroci.

Manzoni Bianco (Riesling Renano x Pinot Bianco).
Manzoni Rosso (Glera x Cabernet Franc).
Con la stessa tecnica il Prof. Dalmasso, iniziò a lavorare sulle varietà autoctone Piemontesi ottenendo circa una dozzina di incroci.
Motivazione della sperimentazione
Maggior resistenza agli attacchi parassitari.
Maggior resistenza ai cambiamenti climatici.
Miglioramento della qualità dell’uva.
Maggior produttività.
1939 – Ritorno in Piemonte
Nel 1939 il Prof. Dalmasso ottenne la cattedra di Viticoltura a Torino e portò con sé i suoi lavori.

Successivamente le varietà create dal professore vennero portate a Superga e in altre zone del Piemonte per verificarne l’adattabilità.
A causa dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale e di altre vicissitudini il lavoro di Dalmasso venne accantonato per circa 20 anni.
1961 – Prof. Roberto Paglietta
Nel 1961 il Prof. Roberto Paglietta diventa assistente di cattedra di Coltivazioni Arboree presso l’Università di Torino e lì conosce il Prof. Dalmasso, ormai in pensione, ma sempre molto disponibile con i giovani ricercatori.
1963 – 1964 – Stazione enologica di Asti
Tra il 1963 e 1964 vengono fatti i primi rilevamenti ampelografici dopo molto tempo sulle varietà di Dalmasso presso la stazione Enologica di Asti.
Gli incroci si trovavano in buone condizioni e vennero fatte le prime microvinificazioni.

Curiosità
Gli incroci creati da Dalmasso erano conosciuti solamente attraverso una sigla di numeri romani e arabi.
La stessa Albarossa, infatti, era conosciuta come: XV / 31
1977 – Prof. Italo Eynard
Nel 1977 il Prof. Italo Eynard, docente di Viticoltura di Torino, registra i 13 incroci di Dalmasso nel Catalogo Nazionale della vite.
Purtroppo però non vennero iscritti negli elenchi provinciali pertanto non ne fu possibile autorizzare la coltivazione a scopo di vinificazione e vendita.
1991 – Franco Mannini (C.N.R.)
Nel 1991 Franco Mannini, ricercatore del C.N.R., insieme ad altri enologi riprese a valutare gli incroci di Dalmasso impiantando presso la Tenuta Cannona di Carpeneto un vigneto sperimentale con le 13 varietà.
Le 13 varietà create da Dalmasso

I Primi assaggi
A seguito di microvinificazioni e degustazioni alla cieca con produttori Piemontesi di rilievo si stabilì che solo 3 varietà sui 13 incroci erano interessanti da un punto di vista enologico e commerciale.

Le Aziende coinvolte nella parte degustativa furono 5 (4 piemontesi e una toscana): Banfi, Prunotto, Michele Chiarlo, Gancia, Antinori.
Delle 13 varietà degustate solamente 3 destarono interesse. Le varietà erano due rosse e una bianca.
Vengono così iscritte negli elenchi delle varietà autorizzate alla coltivazione, ma solamente l’Albarossa prende piede tra i produttori.
Attualmente la Cornarea è utilizzata solo in ambito sperimentale mentre il bussanello è prodotta da una sola azienda.
I primi anni 2000
Viene deciso di creare un vigneto di circa un ettaro di Albarossa così da poter ottenere le marze da cui propagare le nuove piante.
Ancora nel 2003 si pensava che l’incrocio da cui si era formata l’Albarossa fosse realmente Nebbiolo x Barbera.
Professoressa Anna Schneider
Grazie alle analisi sul Dna, effettuate dalla Professoressa Anna Schneider, si scoprì che il padre era sì un Nebbiolo, ma di Dronero anche conosciuto come Chatus.
2000 – Le Grange di San Quintino
Nel 2000 nel comune di Bistagno (Al) grazie alla volontà del sindaco Voglino, si avvia un progetto di inserimento della varietà in tre aree differenti all’interno del comune.
A seguito dell’aumento dei vigneti coltivati ad Albarossa e in assenza di un consorzio di tutela si costituisce “Le Grange di San Quintino” il Primo consorzio di produttori dell’Albarossa.
2009 – La Doc Piemonte Albarossa
A seguito dell’aumento della superficie vitata e di aziende che lo producono, l’Albarossa ottiene una propria denominazione:
Piemonte Albarossa D.o.c.
2026 – bottiglie prodotte e superficie vitata
L’Albarossa ha stimolato l’interesse dei consumatori più attenti che vedono nello story telling un valore aggiunto di un vino dalla grande struttura e che incomincia a dimostrare una buona longevità.
- Attualmente la superficie vitata è di circa 65 ha.
- Le bottiglie prodotte sono circa 310000.
