I vitigni minori sono quelle varietà con una superficie di sviluppo molto ridotta e in alcuni casi sono, o sono stati a rischio estinzione. Attualmente 35 sono quelli riconosciuti. Dei 35, attualmente dieci ambiscono ad una denominazione.

Perché vitigni minori?
Oltre all’area di produzione limitate e ridotta, questi vitigni hanno una adattabilità a diversi fattori differente. Vediamoli insieme.

Ambiente
I vitigni minori sono spesso estremamente territoriali. A differenza dei vitigni “internazionali” o dei vitigni molto conosciuti, queste varietà hanno evoluto un legame simbiotico con nicchie ecologiche specifiche.
Pratiche colturali
Tecniche di allevamento difficili da gestire e talvolta molto onerose hanno fatto sì che nel passato si siano accantonate per lasciare spazio a varietà più facili o più produttive.
Aspettative enologiche
Alcune varietà sono soggette a una produzione discontinua o, peggio ancora, a fenomeni di aborto floreale che ne possono compromettere la resa. In queste varietà, ad esempio, può essere elevato il rischio di cascola post-allegagione.
Esigenze del consumatore
Per decenni, il mercato ha spinto verso la standardizzazione, penalizzando quei vitigni che non rientravano nei canoni richiesti. Il consumatore del XX secolo cercava nomi e denominazioni familiari.
Difficoltà nella commercializzazione
I vitigni minori, spesso caratterizzati da acidità sferzanti, tannini rustici o profili aromatici insoliti, venivano percepiti come “vini difficili da commercializzare”.
Pratiche enologiche non adeguate
- Ieri – Mancanza di controllo termico e igiene precaria portavano a difetti che penalizzavano le varietà più delicate.
- Oggi – Grazie a fermentazioni controllate e affinamenti mirati, è possibile valorizzare vitigni che in passato erano impossibili da vinificare correttamente.
Oggi grazie alla tecnologia si permette all’identità del vitigno di esprimersi senza interferenze o difetti.
Perché puntare su queste varietà?
Conservare varietà a rischio estinzione
Il recupero di queste varietà è un atto di archeologia agricola.
Ogni varietà è un pezzo di storia locale, spesso legato a tradizioni secolari. Perderlo significa perdere un legame con il passato.
Unicità
In un mondo globalizzato, il vitigno autoctono diventa “identità culturale” di un territorio, rendendolo unico e non replicabile altrove.
Aumentare la biodiversità
La viticoltura moderna ha sofferto di una pericolosa semplificazione genetica (omologazione).
Reintrodurre varietà diverse rompe la monocoltura intensiva, creando un ambiente agricolo più resiliente e meno fragile.
Mantenere un ampio “serbatoio” di geni della vite è la nostra assicurazione sulla vita contro la comparsa di nuovi parassiti o il cambiamento climatico.
Possibili risorse per il futuro
Alcuni vitigni minori sono stati abbandonati perché maturavano troppo tardi o avevano acidità troppo elevate.
Alcune varietà minori mostrano una resistenza intrinseca alla siccità o a specifiche malattie fungine, riducendo la necessità di trattamenti chimici in vigna.
Attingere al passato per guardare al futuro
Con il riscaldamento globale, queste caratteristiche “negative” sono diventate salvifiche: permettono di produrre vini freschi e bilanciati anche in annate caldissime. Un esempio non Piemontese è L’ERBAMAT.
Inserire sul mercato prodotti più limitati e di nicchia
Il mercato del vino sta cambiando e si è passati dal “bere tanto” al “degustare storie“.
Il consumatore moderno cerca l’emozione della scoperta non compra l’etichetta, compra una storia.
Varietà prodotte da una sola azienda sono equiparabili alla scoperta di un tesoro.
Ricerca dell’esclusività
Esistono diversi casi in cui vi è un solo produttore di una determinata tipologia come ad esempio in Piemonte per le uve Bussanello e Montanera.