Un antico vitigno a bacca nera autoctono del Piemonte. Nonostante il nome possa trarre in inganno, non ha legami diretti con i famosi Lambruschi emiliani; si tratta di una varietà distinta, profondamente legata alla tradizione contadina dell’Alessandrino e del Monferrato.
Il nome
Il nome deriva dal termine latino Vitis labrusca, utilizzato dai Romani per indicare le viti selvatiche che crescevano ai margini dei campi (labrum).

Un tempo era diffusissimo perché è un vitigno rustico, resistente e dalla produzione costante. Veniva spesso piantato come “assicurazione” per i contadini in caso di annate difficili per altre varietà.
Data la sua diffusione storica in diverse vallate, è conosciuto con molti nomi dialettali:
Moretto: Il nome più comune nel Tortonese e nel Novese.
Croetto o Crovìn: Spesso usato nel Monferrato Casalese.
Neretto: In alcune zone dell’acquese.

Zona di diffusione
È presente quasi esclusivamente nella provincia di Alessandria (zona di Tortona, Novi Ligure, Acqui Terme) e in parte nell’astigiano.
Storicamente, la Lambrusca di Alessandria non era il “vino dei nobili”, ma bensì il vino dei contadini.
Era apprezzata per la sua vigoria e la capacità di produrre costantemente.
Grazie alla sua carica cromatica intensa e alla spiccata acidità, veniva spesso usata in passato per dare “corpo” e colore ad altri vini più scarichi.
Caratteristiche Tecniche
I produttori attuali cercano di domare la sua irruenza naturale (acidità e tannini) con fermentazioni più controllate e, talvolta, brevi passaggi in legno.

Ottenendo un vino dal colore impenetrabile, molto fresco, con note speziate perfetto per la cucina del territorio, specialmente con i piatti grassi.
Attualmente si stima una superficie vitata in Italia di circa 137-140 ettari, quasi tutti concentrati in Piemonte. Nonostante sembri un numero discreto, la maggior parte di queste vigne non è dedicata alla produzione di bottiglie etichettate “Lambrusca”, ma l’uva finisce ancora in uvaggi.
Il vitigno resiste principalmente in tre aree della provincia di Alessandria:
Colli Tortonesi: È la zona dove gode di maggiore tutela. È inserita nel disciplinare della DOC Colli Tortonesi Rosso, dove può concorrere insieme ad altre uve (come Barbera, Croatina e Dolcetto).
Monferrato Casalese: Qui viene ancora chiamata spesso Crovìn o Croetto.
Acquese e Novese: Conosciuta come Moretto, è presente in vecchi vigneti a filari misti.

Un po’ di storia
1825 – 1877 | Le prime citazioni
Giuseppe Acerbi (1825): Nella sua celebre Vitis Vinifera, cataloga diverse “Lambrusche” presenti nel Nord Italia.
Ampelografia del Conte di Rovasenda (1877): È uno dei testi fondamentali dove il vitigno viene descritto e localizzato con precisione nelle zone di Alessandria, Casale Monferrato e Asti.

XX secolo – Il declino
Come molti vitigni autoctoni, la Lambrusca di Alessandria ha rischiato l’estinzione nel corso del XX secolo. L’avvento della fillossera prima e la modernizzazione dell’agricoltura poi hanno favorito vitigni più “commerciali” come il Barbera.
Una nuova vita in America Latina tra Argentina e Messico
Alcuni contadini alessandrini emigrarono in America in cerca di fortuna e portarono con loro delle marze di questa varietà ritenuta rustica e resistente ad altre zone e altri climi.
Il nuovo mondo
L’emigrazione piemontese verso le Americhe è stata massiccia.

Mentre molti andarono in Argentina (dove portarono la Barbera e il Bonarda), un gruppo significativo si stabilì nel nord del Messico.
Stefano Ferro
Nato nel 1907 a Calosso, poco dopo aver completato i suoi studi presso la famosa Scuola Enologica di Alba, emigra a Città del Messico e poi a Ensenada (Bassa California) dove nel 1930 viene nominato capo enologo di Santo Tomás – una delle prime cantine moderne messicane.
Messico
La Lambrusca di Alessandria attualmente si può trovare in Messico, in particolare nella Valle de Guadalupe (Baja California).
C’è un colpo di scena: per decenni i produttori messicani hanno creduto di coltivare un’altra uva.
Il “Mistero” del Nebbiolo Messicano
Per molto tempo, il Messico è stato celebre per il suo “Nebbiolo de Baja“.
I vini prodotti con queste uve erano eccellenti, ma molto diversi dal Nebbiolo piemontese: più scuri, più densi, meno tannici e con aromi differenti.
Alcuni anni fa, test del DNA condotti dall’Università della California (UC Davis) hanno rivelato la verità. Gran parte di quello che in Messico veniva chiamato e imbottigliato come “Nebbiolo” era in realtà Lambrusca di Alessandria.
Mentre in Piemonte è ancora considerata un’uva “minore”, i piemontesi che visitano la Baja California restano stupiti perchè lì, quella che chiamano Nebbiolo de Baja, è trattata come un’uva nobile, capace di produrre vini di qualità e longevi.

Questo successo internazionale sta spingendo alcuni produttori locali a guardare la Lambrusca con occhi nuovi.
Oggi: una rarità per appassionati
In Piemonte, la Lambrusca di Alessandria oggi vive una situazione sospesa tra l’oblio e una timida, ma preziosa, riscoperta.
Se un tempo era il “motore” cromatico di molti uvaggi contadini, oggi è diventata una rarità per appassionati di biodiversità viticola.


